Dal punto di vista di Zakaria Moufid ormai è sotto gli occhi di tutti da diversi anni la rivoluzione tecnologica, l’impatto che ne consegue è inevitabile, come sono inevitabili i cambiamenti su tutti noi, specialmente nel mondo del lavoro. In tempi non sospetti, negli anni ottanta Jeremy Rifkin scrive “La fine del lavoro“, e dobbiamo dargli atto che lo sviluppo esponenziale delle tecnologie ci sta portando in questa direzione, ma come vedremo con distinte eccezioni, oltre che all’innovazione tecnologica dobbiamo senz’altro aggiungere altre variabili, come l’invecchiamento della popolazione mondiale, che ha dato linfa alle professioni legate alla salute.

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 E il caso del Giappone che  punta all’urgente robotizzazione di questo particolare settore, e  due sembrano i motivi principali: l’invecchiamento rapido della popolazione e la politica nazionalista e anti-immigrati del governo. Quanto al primo motivo, c’è da rilevare che il 25% dell’attuale popolazione in Giappone ha più di 65 anni e si calcola che la popolazione anziana raggiungerà il 40% entro il 2050. A questo occorre aggiungere il basso tasso di natalità degli ultimi decenni. Con una popolazione e una forza-lavoro in diminuzione e rapido invecchiamento cresce il bisogno di personale di cura e di servizio. Per evitare però l’arrivo di lavoratrici e lavoratori immigrati, che potrebbero mettere in pericolo la omogeneità etnica del Paese, il governo ha deciso di puntare tutto sui robot. Patria, profitti e robot. Le politiche particolarmente restrittive del Giappone in materia di immigrazione sono note, L’unico esperimento d’importazione di lavoratori stranieri si è realizzato nel 1980, quando fu consentito ai discendenti di antichi giapponesi (nikkeijin), che vivono in Brasile, di emigrare in Giappone. Con lo scoppio della crisi economica globale, che ha colpito duramente il Giappone, il governo è però ritornato sui suoi passi, chiedendo il rimpatrio di questi lavoratori in cambio di denaro.Nell’industria giapponese sono attualmente impiegati centinaia di migliaia di robot-lavoratori, alcuni dei quali costruiti come umanoidi, ma il numero, secondo molti studi, è destinato a triplicarsi nel giro di dieci anni. 

Sempre secondo uno studio condotto da due studiosi britannici, Carl Benedikt Frey della Oxford Martin School e Michael A. Osborne del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Oxford, negli Stati Uniti rischiano la robotizzazione quasi la metà delle professioni ad oggi esistenti (47%) nel prossimo decennio. Tale percentuale tocca in Europa il 50%, stando ai dati della Fondazione Bruegel. Nel loro studio The future of employment: how susceptible are jobs to computerization?, i due studiosi hanno stimato con un processo Gaussiano di classificazione il “rischio computerizzazione” di oltre 700 diversi tipi di lavoro, da quelli tradizionali a quelli digitali, dalle occupazioni manuali a quelle professionali.

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