Una nuova ricerca (Frontiers of Medicine) studia il legame tra la diffusione dei virus e la distruzione degli habitat. La chiave per contenere future epidemie – sostengono gli studiosi – è riconoscere che l’attività antropica è responsabile dell’emergere e del propagarsi della zoonosi e delle nuove epidemie

Più noi decidiamo di togliere spazio alla natura, più noi saremo i principali colpevoli della diffusione di nuove pandemie. Ad oggi si stima che i mammiferi siano portatori di 320 mila virus ancora sconosciuti. Ma virus come i “corona” e tanti altri, negli animali sono sempre stati presenti: quello che sta radicalmente cambiando è la forzata condivisione degli spazi fra uomo e animali selvatici, con il primo che distrugge habitat ed ecosistemi e i secondi costretti a vivere in aree ridotte e sempre più vicine ai “nostri” ambienti. Uno stretto contatto dove la diffusione delle epidemie aumenta: lo abbiamo visto con la Sars, Mers e ora con il virus che causa il Covid-19.

Ridare la metà della Terra a fauna e flora

Da anni il biologo Edward Wilson professa la necessità di ridare “metà della Terra” a fauna e flora, di ristabilire equilibri che stiamo perdendo per sempre. Adesso, con la nuova ricerca “Covid-19: The conjunction of events leading to the pandemic and lessons to learn for future threats” pubblicata su Frontiers of Medicine, un gruppo di ricercatori francesi e spagnoli riconosce nuovamente la pericolosità della distruzione degli habitat naturali e ribadisce che la chiave per contenere future epidemie non è temere “il selvaggio”, ma riconoscere invece che l’attività antropica è responsabile dell’emergere e del propagarsi della zoonosi e delle nuove pandemie. Gli scienziati avvertono anche che lo sfruttamento della natura da parte dell’umanità cambierà, o ci saranno pandemie più mortali rispetto a quella in corso.

Specie selvatiche fuori dai loro habitat

Attraverso la deforestazione, la conversione di terreni in aree per l’agricoltura, l’aumento di inquinanti che contribuisce al surriscaldamento e il cambiamento degli ecosistemi, stiamo spingendo le specie selvagge ed esotiche sempre più lontano dai loro habitat verso ambienti artificiali. In questi ambienti gli animali interagiscono (spesso con specie con cui normalmente non sono in contatto) e, secondo gli scienziati, si generano nuovi ceppi di malattie. Due terzi delle nuove malattie che possono ricadere sull’uomo, secondo gli esperti dei centri statunitensi per il controllo e la prevenzione, vengono proprio dagli animali ed è l’attività umana a moltiplicarne i rischi di contagio.

Il caso dei pipistrelli

L’esempio lampante sono i pipistrelli, animali portatori di circa 3200 diversi ceppi di coronavirus, la maggior parte innocui. Virus che però, sfruttando in più occasioni un ospite intermedio, possono fare  il “salto” e arrivare fino a noi, così come potrebbe essere accaduto proprio per il Sars-CoV-2.

Gli habitat dove vivono i chirotteri a causa dell’uomo si sono sempre più ristretti: la deforestazione, la realizzazione di terreni agricoli, i progetti minerari e residenziali o la costruzione di fabbriche hanno costretto i pipistrelli a concentrarsi in aree antropogeniche dove sono presenti case, fattorie, fienili. Zone dove – racconta la ricerca – tra la presenza di luci che attirano insetti o terreni coltivati a frutta, i pipistrelli possono cibarsi facilmente. Si crea così una nuova condizione favorevole per un futuro spillover.

Preoccupazione per il Sudamerica

“Quando abbatti alberi e rimuovi foreste, elimini l’ambiente naturale di alcune specie. Ma quelle specie non scompaiono. Se gli umani distruggono l’ambiente naturale dei pipistrelli alcuni si adatteranno a un ambiente antropomorfizzato, in cui si incrociano diverse specie che non si incrociano in natura”, spiega il primo firmatario della ricerca, Roger Frutos, specialista in malattie infettive dell’Università di Montpellier. Per gli scienziati non è una sorpresa che la nuova pandemia sia partita dall’Asia, uno dei continenti dove le pressioni ambientali stanno spingendo gli animali selvaggi sempre più vicino all’uomo. E a breve, avvertono, a preoccupare sarà soprattutto il Sudamerica dove la deforestazione dell’Amazzonia avanza.

Gli umani creano scenari pericolosi

Qui gli scienziati hanno scoperto ad esempio che la prevalenza virale era del 9,3% tra i pipistrelli vicino ai siti deforestati, rispetto al 3,7% nella foresta ancora incontaminata. Gli umani sembrano rompere dunque gli equilibri ecologici creando scenari pericolosi: “Il problema nasce quando metti diverse specie che non sono naturalmente vicine tra loro nello stesso ambiente. Ciò consente alle mutazioni virali di passare ad altre specie”, spiega Alessandra Nava del centro di ricerca Biobank, che opera proprio a Manaus.

Il legame tra la natura e il nostro benessere

Gli esperti ci avvertono dunque della necessità di un ripensamento generale legato alle azioni dell’uomo e alla sua avanzata negli spazi che appartengono alla natura. Questa pandemia, dovrà dunque essere trasformata in una occasione che aiuti tutti a comprendere come “esista un legame tra il modo in cui trattiamo la natura e il nostro benessere”, sostengono gli scienziati. Tutto quello che facciamo alla natura, se privo di un ragionamento per la conservazione di specie e animali, “impatterà proprio sulla nostra salute”.

Tratto da:https://www.repubblica.it/ambiente/2020/05/24/news/dalla_pandemia_una_lezione_per_imparare_a_rispettare_la_natura-256416305/

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