I diversi dati diffusi dagli scienziati negli ultimi anni descrivono un quadro devastante. Ma potremmo salvarci se proteggessimo il 30% del Pianeta
Guardate una foto dall’alto di Woodstock, scattata nel 1969. Provate a immaginare che quella folla oceanica venuta ad adorare Santana, Janis Joplin o Jimi Hendrix, sia composta da animali. Sapete, al giorno d’oggi, passati cinquant’anni, quanti ne rimarrebbero? Meno della metà.
E’ un gioco visivo, una proporzione che paragonata a noi esseri umani può darci meglio l’idea dell’enorme perdita di biodiversità che sta avvenendo nel nostro Pianeta. E’ un collasso devastante, che attraversa tutti gli ecosistemi, dagli oceani alle pianure, avanzando ad un ritmo spaventoso. Gli esperti, soprattutto quelli che studiano gli effetti del cambiamento climatico, ci avvertono che abbiamo appena dieci anni per salvare gli ecosistemi. Dieci anni per dimezzare le emissioni, per abbandonare i combustibili fossili, cambiare i nostri stili di vita, oppure la natura entrerà in una spirale di declino tale da finire per minacciare anche la nostra stessa sopravvivenza.
Una conferma la si può trovare in una meta-analisi pubblicata di recente il professor Corey Bradshaw, ecologo e ricercatore che insegna all’Università di Adelaide in Australia. Bradshaw non è uno che tende a esagerare: durante gli incendi che hanno devastato l’Australia alcuni esperti avevano stimato 1 miliardo di animali uccisi dai roghi. Una cifra enorme che, secondo il professore di Adelaide, andava rivista. “Ricordiamoci che siamo sempre sorpresi da come la natura si riprende in fretta dopo un incendio e da quanti animali riescono a sopravvivere”, aveva detto speranzoso

Ma per la biodiversità, avverte il ricercatore, è tutta un’altra cosa. Le persone, sostiene sul suo blog Conservationbytes, generalmente sembrano davvero non rendersi conto del problema, della velocità di estinzione delle specie e o del fatto che, come ha detto di recente l’Onu, se non incrementeremo ad almeno il 30% il tasso delle aree marine e terresti da proteggere, la perdita di biodiversità in termini di cibo, cicli della natura, ecosistemi e salute, si rifletterà direttamente sull’umanità. “Spesso – scrive Bradshaw – non ci si rende conto della gravità, per questo ho riassunto cifre comprovate da studi sulla biodiversità, da mostrare a tutti gli scettici convinti che “la natura non stia poi così male”.

Nel dimostrare che lo stato della biodiversità globale è peggiore del previsto, lo scienziato ricorda per esempio che “la biomassa della vegetazione terrestre in tutto il mondo si è dimezzata in relazione alla storia dell’uomo”, che noi umani abbiamo “modificato il 70% della superficie della Terra”. Non solo, perché gli studi ci dicono che fin dal XVI secolo si sono registrate le estinzioni di almeno 700 vertebrati e 600 differenti piante. Per tornare ai tempi di Woodstock, dal 1970 ad oggi “il 60% di tutte le popolazioni di vertebrati terrestri sono scomparse o risultate in declino”. Tanto che oggi almeno un milione di specie, su una stima totale di circa 7-10 milioni, è a rischio estinzione.

In particolare, osserva Bradshaw, In un mondo che assiste alla scomparsa di insetti (fino al 75% per alcune specie) e animali selvatici, va analizzato con attenzione il mutamento generale degli habitat: ad esempio oggi sono rimaste meno del 15% delle zone umide esistenti fino a pochi secoli fa, oppure, più di tre quarti dei fiumi lunghi oltre mille chilometri non scorrono più lungo percorsi liberi. Una serie di dettagli drammatici che descrivono, in base a studi scientifici, il collasso al quale stiamo contribuendo.

Alcune delle previsioni scientifiche che fanno ben sperare. Come hanno ricordato i dati diffusi di recente dalle Nazioni Unite, ad esempio, se riuscissimo davvero a proteggere entro un lasso di tempo relativamente breve il 30% delle aree del Pianeta, allora si salverebbe il 23% degli uccelli, il 25% delle piante, il 33% delle barriere coralline, il 40% degli anfibi e il 10% degli insetti oggi fortemente minacciati. E questa è pur sempre una speranza.

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